
Lo Studio Legale ha sede nella prestigiosa cornice di Palazzo Dolzani. Gioiello architettonico della prima metà del Cinquecento, conserva ancora intatta la facciata integralmente realizzata in marmo di Botticino.
L’edificio – commissionato da una ricca famiglia di commercianti della Val Gobbia, i Bucelleni – diede fino all’inizio del XX secolo il nome alla via, in seguito intitolata all’eroica coppia di fratelli che cadde nella difesa di Brescia contro il sacco di Gaston de Foix del 1512. Noto anche come Casino Fortunato, nella prima metà del Novecento fu casa e studio professionale dell’avv. Antonio Masperi (1894-1945), comandante dei Legionari Fiumani, nonché confidente e legale di Gabriele D’Annunzio. Il Vate, ritiratosi al Vittoriale, fece addirittura pubblicare sulla stampa locale questa elezione di domicilio: “nel presente periodo di clausura severissima, gli amici per ogni occorrenza possono rivolgersi ad Antonio Masperi in Brescia via Fratelli Porcellaga 3” (Il Popolo di Brescia, 27 marzo 1923).
Restaurato in stile razionalista per coordinamento urbanistico con la piacentiniana Piazza Vittoria, l’edificio fu pesantemente bombardato durante la Seconda Guerra Mondiale, sino a rinascere negli anni Settanta, grazie all’inedita livrea disegnata dall’architetto Bruno Fedrigolli, per ospitare il primo centro commerciale di lusso della città, col nome di Cordusio perché, sempre in questo luogo, sorgeva anticamente la Curia Ducis longobarda.
La facciata restituisce un’iconografia classica impreziosita da un’inedita simbologia umanistica che gioca su numeri e proporzioni: è un quadrato articolato in tre fasce ascendenti che corrispondono ai tre ordini architettonici (dorico, ionico e corinzio), a loro volta suddivise in tre quadrati su cui si aprono altrettante finestre di cui due centrali a serliana, con nicchie che forse un tempo ospitavano statue. Tale equilibrata composizione, in uno col fregio terminale che accoglie un festante baccanale di amorini e sileni attorno a tre lucernari ovali, rimanda in proporzioni ridotte alla Loggia di Brescia e al fronte a laguna della Biblioteca Marciana, così da far ipotizzare la presenza, alle spalle dell’ignoto ed estroso architetto (tradizionalmente identificato in Ludovico Beretta), addirittura di Jacopo Sansovino o comunque di un grande maestro veneziano.
Ma gli ornati nascondono qualche segreto in più, che va oltre il gusto della Serenissima e forse s’ispira ai fasti della Corte dei Gonzaga, precedendo alcune figure di Giulio Romano: la mostruosa sfinge dal doppio corpo leonino nel timpano di una finestra e il il puer mingens alato che troviamo anche a Palazzo Te (senza scomodare il più celebre Manneken Pis sulla fontana di Bruxelles). L’angioletto svetta in cima al palazzo ironicamente pronto a colpire gli ammirati passanti, intenti a leggere un motto latino iscritto entro quattro scudi, tratto dalla Egloga II del mantovano Virgilio e che si può tradurre in “ciascun è attratto da ciò che gli piace”.

Non è l’unico messaggio col quale il palazzo parla: passando attraverso il portale e guardando prima gli stipiti e poi l’architrave si potrà leggere: Introitus et exitus a Domino. L’allusione al Salmo 120, presente anche in altre dimore gentilizie e sulla porta cittadina di San Tomaso a Treviso, rammenta come ogni inizio e ogni fine non dipendano dall’uomo, ma al contempo che gli stessi guadagni, le entrate e le uscite secondo il sistema della partita doppia già diffuso presso i commercianti del Cinquecento, siano effimere tanto quanto le altre cose del mondo.
Infine aquile, grifoni, sfingi e leoni adornano la facciata, ricordando quelli che nei secoli, secondo lo storico Ottavio Rossi nelle Memorie Bresciane, furono gli emblemi della città, ben prima che nell’Ottocento, grazie alle poesie di Aleardi e Carducci, Brescia divenisse la Leonessa d’Italia. Simbolo, quello del Leone e della Leonessa mansueti mentre si avvicinano alla fonte che – direttamente ripreso dalla facciata di Palazzo Dolzani – è divenuto il logo dello Studio Legale Bresciani Bertoli, poiché questa contrapposizione tra due parti in attesa di attingere ad un’unica ampolla ancora chiusa potentemente racchiude il senso della Giustizia.

Lo studio ammira e si ispira all’opera di Giuseppe Zanardelli (1826-1903), figura esemplare dell’avvocatura bresciana e padre del primo Codice Penale.
Sono stati raccolti numerosi manoscritti e cimeli di cui si presenta una selezione.